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Vino. Export italiano vola verso quota 5,5 miliardi

by Agrifratta on 28 ottobre 2015 No comments

Domenico Zonin (UIV): “Si rafforza il valore del vino italiano sui mercati internazionali”.
Ezio Castiglione (Ismea): “La Cina torna a crescere, bene USA Regno Unito e Giappone, male la Russia a causa della recessione”.

“Dall’analisi dei dati Istat che abbiamo appena elaborato, stimiamo che l’obiettivo dei 5,5 miliardi di valore dell’export vinicolo nel 2016 sia ormai a portata di mano”.

Con queste parole Domenico Zonin, presidente dell’Unione Italiana Vini, commentai dati Istat sull’export del vino italiano nei primi sette mesi dell’anno (gen – lug 2015) appena pubblicati dall’Istituto di Statistica, in base ai quali le vendite all’estero segnano in valore una crescita del 6,1%, con punte di oltre l’8% delle Dop.

“Si conferma la crescita delle nostre esportazioni ormai stabilizzate sopra il +6% – spiega Ezio Castiglione Presidente di ISMEA – che potranno ulteriormente accelerare a fine anno, considerando il prevedibile sprint degli spumanti nel periodo di Natale”.

“A trainare il segno positivo delle nostre esportazioni vinicole sono i dati in crescita che arrivano da mercati importanti quali gli USA, Regno Unito e Giappone – commenta ancora Ezio Castiglione – aiutati da una inaspettata e confortante ripresa del mercato cinese che compensa in parte il crollo dell’esportazioni verso la Russia, legato a una situazione di grave difficoltà economica del Paese”.

“Continua in parallelo la flessione dei volumi che ha fatto registrare un -3,1%, ma non per le Dop che crescono del 5% – prosegue Domenico Zonin. Un dato sul quale dovremo lavorare nei prossimi mesi, forti anche di una vendemmia eccellente come quella che abbiamo appena concluso”.

“Per quanto riguarda il Giappone – aggiunge Zonin – si conferma un mercato strategico per il vino italiano dove il nostro export è però messo in pericolo dal protrarsi delle trattative bilaterali di libero scambio con la Ue a fronte dell’accordo raggiunto tra gli USA e i paesi dell’area del Pacifico (TPP – Trans Pacific Partnership) che faciliterà gli scambi di vino tra alcuni importanti competitori come USA, Cile, Australia e Nuova Zelanda proprio verso il mercato nipponico”.

“La buona remunerazione all’export del nostro vino specie nel segmento Dop e Igp – conclude Castiglione – conferma una strategia produttiva del “Sistema Paese” ormai orientata stabilmente sulla territorialità e quindi su prodotti ad elevato valore aggiunto”.

Fonte: Ismea

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Ismea, per Oliveto Italia atteso aumento produttivo di quasi il 60%

by Agrifratta on 19 ottobre 2015 No comments

Buono lo stato delle colture, con ottime aspettative sulla qualità del prodotto finale

Archiviata una delle peggiori annate della storia per l’olivicoltura italiana, quella del 2015/16 si preannuncia una campagna decisamente migliore. Lo rileva l’Ismea sulla base di una primissima ricognizione da cui si evince un forte incremento produttivo per l’Oliveto Italia rispetto ai bassi livelli del 2014.
Dalle 222 mila tonnellate della scorsa campagna (preconsuntivo Ismea su dati Agea) si dovrebbe arrivare quest’anno a una produzione superiore a 350 mila. Si avrebbe così un recupero di quasi il 60%, che manterrebbe comunque la produzione sotto i livelli del 2013, quando si erano ottenute 460 mila tonnellate di oli di oliva.
In generale, non si segnalano problemi fitosanitari, dopo i pesanti attacchi di mosca olearia della scorsa annata. Una condizione, dunque, ottimale – rileva l’Ismea – sia in relazione alle rese in olio sia alla qualità del prodotto finale.
Senza dubbio – prosegue la nota – il forte caldo di luglio e la prolungata assenza di precipitazioni hanno ostacolato il normale sviluppo vegetativo degli oliveti, impedendone la piena carica produttiva.
L’evoluzione più recente, anche da un punto di vista climatico, non sta creando problemi nei principali centri di produzione nazionale, né si registrano timori da parte degli olivicoltori in merito a danni da agenti patogeni, nonostante le piogge autunnali.
Con il procedere delle operazioni di raccolta, di cui si registra l’avvio proprio in questi giorni, si avrà un quadro più puntuale della situazione che permetterà di affinare le stime di produzione e di valutare i risultati anche nelle dimensioni regionali.

Fonte: Ismea

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L’olio d’oliva tunisino è pronto ad invaderci

by Agrifratta on 29 settembre 2015 No comments

La Commissione europea intende aiutare l’economia della Repubblica tunisina per i danni al settore del turismo derivanti dall’attentato di  Sousse – avvenuto lo scorso 26 giugno e nel quale trovarono la morte 37 persone in due alberghi – e ha proposto al Parlamento europeo ed al Consiglio di concedere alla Tunisia di poter esportare temporaneamente verso l‘Unione, per gli anni 2016 e 2017, un ulteriore contingente tariffario senza dazio di olio d’oliva: ben 35mila tonnellate.
Un di più, visto che la Tunisia ad oggi già beneficia di un primo contingente tariffario senza dazio di olio di oliva – pari a 56.700 tonnellate – che viene importato dalla Ue.

Il contingente attualmente in vigore vale da solo il 43,6% dell’export tunisino di olio di oliva, mediamente attestato intorno alle 130mila tonnellate annue e che da Tunisi viene dato in forte aumento per la campagna che sta per iniziare.
In Tunisia la produzione media è di circa 200 mila tonnellate, ma quest’anno sarà vicina alle 260 mila, di cui 70mila assorbite dal mercato locale. Per il 2016, la disponibilità ad esportare potrebbe toccare le 190mila tonnellate di olio.

La proposta di regolamento della Commissione porta la data del 17 settembre; da quel momento è stato un fiorire di prese di posizione contro tale iniziativa. A cominciare da Confagricoltura, che è arrivata ad evocare il blocco dei porti se il provvedimento venisse approvato dal Parlamento di Strasburgo e dal Consiglio. E alla Commissione Agricoltura dell’Europarlamento, Nicola Caputo, deputato meridionale del PD, annuncia una dura battaglia contro la proposta della Commissione.

A prima vista sembra che l’Ue sia orientata ad autorizzare un ingresso ulteriore di olio di oliva nei confini europei, proprio mentre i suoi produttori, italiani in particolare, scontano la crisi del settore innescata dal cattivo raccolto dello scorso anno. La proposta di regolamento, invece, intende accordare un regime d’importazione preferenziale al prodotto proveniente dalla Tunisia, senza per questo incrementare le importazioni globali di olio, che provengono anche da altri Paesi extracomunitari. I contraccolpi sul mercato interno della Ue vi sarebbero comunque, a causa del diverso regime doganale adottato per l’olio tunisino “in più”.

AgroNotizie ha provato ad analizzare i tratti salienti della proposta di regolamento della Commissione, che, vale la pena ricordarlo, nasce nell’ambito della politica estera dell’Ue al cui vertice è l’italiana Federica Mogherini.

Nella relazione di presentazione del provvedimento, a margine delle considerazioni politiche sul danno subito dalla Tunisia con l’attentato di Sousse, si legge: “La Commissione europea propone, come misura commerciale autonoma, un contingente tariffario senza dazio, temporaneo e unilaterale di 35mila tonnellate all’anno per le esportazioni tunisine di olio d’oliva nell’Unione. Il contingente sarà disponibile per due anni, dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017. Questo volume supplementare sarà aperto una volta esaurito il contingente tariffario senza dazio di 56.700 tonnellate iscritto nell’accordo(L’Accordo Euromediterranio di associazione, siglato nel 1995 ndr).”

Fin qui sembra proprio che vi sia solo un effetto somma. Poco più avanti, al capitolo dedicato all’incidenza sui conti dell’unione del provvedimento, si legge ancora: “Le misure potrebbero comportare un leggero aumento netto delle importazioni, in quanto la maggior parte dell’incremento del contingente sostituirà probabilmente l’attuale traffico di perfezionamento attivo (circa 50 000 tonnellate/anno sotto il regime di perfezionamento attivo), il che si tradurrà in una riduzione delle importazioni sotto questo regime. L’incidenza sul bilancio (riscossione del dazio) non può essere quantificata con precisione al momento, ma si presume irrilevante.

Cosa significa questo passaggio apparentemente controverso: la Commissione Ue stima che le 35mila tonnellate in più di olio di oliva importato dalla Tunisia, concesse direttamente in contingente tariffario senza dazio, non spiazzino i produttori europei, bensì si sostituiscano, almeno in buona parte, alle 50mila tonnellate di olio di oliva già importate dall’industria europeasenza dazio da tutti i paesi extracomunitari, ma a condizione di riesportare il prodotto una volta imbottigliato fuori dai confini dell’Unione: questo il significato di perfezionamento attivo.

Apparentemente si tratta di un’operazione neutra, poiché sul lato delle importazioni effettivamente non dovrebbe esservi un aumento complessivo rilevante dell’olio di oliva che entra nei confini della Ue da paesi extracomunitari. Ma sul piano del mercato interno il provvedimento si pone come una vera e propria aggressione, ma non della Tunisia, bensìdell’industria: poiché gli imbottigliatori in quei due anni sarebbero liberi dal vincolo del perfezionamento attivo – ovvero riesportare il prodotto una volta imbottigliato fuori dai confini della Ue – e avrebbero la possibilità di utilizzare l’olio tunisino per incidere sul regime dei prezzi del mercato interno all’origine, prima degli oli di oliva e poi delle olive stesse.

Non a caso il provvedimento incontrerà una dura opposizione già alla Comagri del Parlamento Ue: “Mentre siamo al lavoro per approvare il regolamento sul “Made in” che ci consentirebbe la salvaguardia dei nostri prodotti di qualità, si tenta l’ennesima manovra che consentirebbe l’arrivo di 35mila tonnellate d’olio d’oliva tunisino nel mercato Ue. Agiremo con tutti i mezzi a nostra disposizione per bloccare la proposta legislativa della Commissione Europea”. Lo ha dichiarato Nicola Caputo, parlamentare europeo del Pd, stesso partito della Mogherini – eletto nella Circoscrizione dell’Italia Meridionale – e membro della Commissione Agricoltura al parlamento di Strasburgo.

“Da alcuni anni – spiega Caputo - il comparto olivicolo-oleario è preda di una grave crisi sia sul mercato interno che su quello internazionale che ha compromesso seriamente la sopravvivenza di numerose aziende. Questa proposta legislativa della Commissione Europea, che autorizza un accesso temporaneo supplementare dell’olio d’oliva tunisino nel mercato dell’Ue, comprometterebbe irrimediabilmente il mercato olivicolo italiano”.

Fonte: Agronotizie

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Vendemmia 2015, parola chiave: qualità

by Agrifratta on 4 settembre 2015 No comments

Per la vendemmia 2015 sarà probabilmente un’annata da ricordare in positivo. Anche grazie a un meteo favorevole, con piogge in primavera e caldo in estate, la qualità delle uve dovrebbe attestarsi su ottimi livelli. Meno euforiche le prospettive sulla produzione, con un livello probabilmente leggermente superiore al 2014, ma comunque in linea con una produzione normale.

Parla di un aumento dal 5 al 10% rispetto allo scorso anno Coldiretti, che ricorda come la vendemmia in Italia “attivi un motore economico in grado di generare quasi 9,5 miliardi di euro di fatturato dalla sola vendita di vino, con 1,25 milioni di occupati fra agricoltura e indotto”. Coldiretti rimarca poi la corsa dell’export. “Il vino ha fatto segnare un valore record nelle esportazioni con un incremento del 6% in valore delle esportazioni, relativamente ai primi 5 mesi del 2015”.

Il presidente di Caviro Carlo Dalmonte fa trapelare un cauto ottimismo. “Premettendo che siamo ancora nel campo delle previsioni, visto che la vendemmia è appena partita ed entrerà nel vivo nelle prossime settimane, ci sono tutti i presupposti per una produzione alivello quantitativo regolare e molto buona se non addirittura ottima a livello qualitativo”.

La sanità delle uve è ottima – continua Dalmonte – specialmente grazie alle condizioni climatiche favorevoli di quest’anno. Se nelle prossime settimane il tempo si conferma favorevole, allora i buoni presupposti si tradurranno in ottimi risultati”.

Il presidente di Caviro focalizza l’attenzione poi sui mercati di sbocco principali. “Per noi un mercato consolidato è la Germania, mentre in prospettiva credo che il mercato statunitense, già oggi il primo consumatore mondiale di vino, sarà molto interessante. A est invece c’è la Cina, che ha un potenziale enorme, ma è un mercato estremamente difficile con tanti ostacoli. Come Caviro abbiamo per esempio un ufficio permanente a Shanghai, per accedere in un mercato come questo sono necessari importanti investimenti in marketing e promozione”.

Positività anche nelle parole di Ruenza Santandrea, presidente del gruppo Cevico. “Le piogge primaverili e il caldo di quest’estate, contornato da qualche leggera pioggia ad agosto, renderà la qualità delle uve ottima, per non dire eccellente. Sotto il profiloquantitativo non mi aspetto grandi variazioni rispetto al 2014, forse qualcosa in più ma non molto di più”.

Il punto vero, secondo la Santandrea, è come poter valorizzare al meglio all’estero il nostro vino. “Dobbiamo prendere atto che il mercato interno è in costante calo e il trend negativo non si fermerà – ammette la presidente di Cevico – per questo l’export è di fondamentaleimportanza. Sicuramente gli Stati Uniti sono un mercato importante, così come la Russia. Guardiamo con interesse al grande mercato asiatico, non solo alla Cina, ma anche a paesi come Corea, Vietnam, Taiwan”.

Dobbiamo essere molto più bravi a valorizzare al massimo il nostro brand – rilancia la Santandrea – vanno bene le particolarità di ogni vino, le varie differenze da territorio a territorio, la storia legata a ciascun vino. Ma al di sopra di tutto ci deve essere un brand, tipo vino italiano, come hanno i francesi per il proprio vino. Il nome made in Italy è apprezzato in tutto il mondo, dobbiamo sfruttarlo al massimo”.

 

Fonte: AgroNotizie

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La Puglia scommette sul Rosato e sogna un fenomeno Prosecco

by Agrifratta on 26 agosto 2015 No comments

La Regione Puglia pigia sul pedale dei vini rosati. Quest’anno la regione che, con 2,2 milioni di ettolitri, produce circa la metà dei rosati nazionali, ha lanciato il 4° concorso enologico nazionale dei vini rosati d’Italia stabilendo il termine del 4 settembre per le cantine aderenti mentre le selezioni si svolgeranno il 19 e 20 settembre a Bari. L’evento è stato presentato al Padiglione del vino in Expo.

«Il concorso – spiega l’assessore alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia, Leonardo Di Gioia – rafforza l’idea di una Puglia ambasciatrice dei rosati in Italia e all’estero. Il concorso, promosso dalla nostra Regione, ci consente di dare maggiore valore alla nostra viticoltura di qualità e, al contempo, visibilità a un prodotto di eccellenza, favorendone conoscenza e diffusione».

Ancora una produzione di nicchia

I vini rosati sono ancora una nicchia in Italia e ci sono notevoli difficoltà nel rilevarne produzione e consumo: secondo Assoenologi rappresentano 2,2 milioni di ettolitri su 48 milioni di produzione complessiva italiana dell’anno scorso, pari al 5% (un dato comunque sorprendente) . «Nell’ultimo quinquennio – osserva Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi e regista del concorso – la crescita della produzione è stata del 25% anno su anno. I francesi organizzano un concorso di rosati che però non ha un mercato internazionale ma i rosati italiani raccontano tutta un’altra storia». Le statistiche internazionali rimangono incerte e Assoenologi ha estrapolato, con cautela, da fonti internazionali, che i maggiori consumatori (oltre che produttori) sono i francesi con il 36%, seguono gli americani con il 13%, i tedeschi con il 7% e gli italiani con il 6%. Qualcuno azzarda che il valore medio per bottiglia sia intorno ai 5 euro: il che ci può anche stare se si pensa alla qualità espressa da alcuni produttori pugliesi, ma non certo per tutta o gran parte della produzione.

L’eleganza dei bianchi, il corpo dei rossi

Paolo Massobrio, testimonial del concorso, descrive bene le qualità del rosato: «Un vino che ha l’eleganza dei vini bianchi e un certo corpo di quelli rossi. Senza risultare facile. Si adatta benissimo con la cucina pugliese e anche con i piatti di pesce».

Ma i rosati riusciranno davvero a farsi largo sulle tavole degli italiani e nelle carte dei ristoranti o rimarranno un vino consumato in Puglia? La Regione Puglia e i produttori ci credono (e i risultati ottenuti vanno loro riconosciuti) ma la strada è lunghissima. Qualcuno sottolinea i punti di contatto con il miracolo del Prosecco, ma si tratta di un caso molto particolare. Forse irripetibile per diversi anni. I produttori pugliesi dovrebbero mostrare la stessa capacità di fare rete, come hanno fatto i veneti del Prosecco.

Il concorso nazionale

Tornando al 4° concorso nazionale dei vini rosati d’Italia (la premiazione in Puglia entro la fine dell’anno), ogni commissione è composta per sorteggio da 4 enologi nominati da Assoenologi e da un giornalista o esperto del settore vitivinicolo italiano o straniero nominato dall’organizzatore. I campioni saranno valutati in base al metodo Unione internationale des oenologues.

Anche a questa edizione del concorso sono ammessi vini rosati italiani tranquilli, frizzanti e spumanti divisi in sei categorie: vini tranquilli e frizzanti, sia a denominazione di origine che a indicazione geografica; vini spumanti a denominazione di origine e vini spumanti a indicazione geografica protetta (Igp) e di qualità (Vsp).

Il concorso rientra nel progetto “Apulia Felix in masseria – Il Tratturo dell’olio e del Rosato”, una delle due proposte con cui la Regione Puglia partecipa all’iniziativa “Expo e Territori”, l’intervento dedicato alla scoperta delle eccellenze agroalimentari italiane, coordinato dalla presidenza del consiglio dei ministri, dipartimento per le politiche di coesione.

Fonte: food24.ilsole24ore

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Salute: anti-age e afrodisiaco, è il pomodoro nero

by Agrifratta on 3 agosto 2015 No comments

La nuova tendenza è il pomodoro nero, rigorosamente non Ogm, dalle proprietà anticancro, nemico dell’invecchiamento e amico del cuore grazie alle alte concentrazioni di vitamine, antiossidanti e antociani

Cuore di Bue, Dolce di Piccardia, Pachino, il Roma con le sue varianti dal Costoluto fiorentino al Manduria e il Piennolo del Vesuvio, San Marzano, Seno di Venere. Si fa presto a dire pomodoro, quando dietro, invece, c’è un universo di forme e colori: rosso sì, ma anche rosa, giallo, bianco e perfino nero. E’ il re delle nostre tavole, ingrediente indispensabile della dieta mediterranea, un concentrato di sapore e di salute. E in continua evoluzione, perché c’è chi al pomodoro dedica studio e ricerca inventando incroci sempre nuovi con proprietà che vanno dall’afrodisiaco all’anti-age. La nuova tendenza è il pomodoro nero, rigorosamente non Ogm, dalle proprietà anticancro, nemico dell’invecchiamento e amico del cuore grazie alle alte concentrazioni di vitamine, antiossidanti e antociani. E’ il caso del Kumato (che vanta anche proprietà afrodisiache), risultato di 5 anni di ricerche condotte dalla società sementiera Syngenta Seeds, non è frutto dell’ ingegneria genetica, ma il risultato di migliaia di incroci tra diverse varietà. Poi c’è il Sunblack, il pomodoro nero, anche questo non Ogm, che unisce le qualità del pomodoro con altri frutti dalle eccezionali proprietà antiossidanti, come uva nera, mirtilli, fragole,ciliegie.

Il pomodoro nero Sunblack è infatti ricco di antociani, normalmente assenti nel pomodoro. Nato nei laboratori dell’Università della Tuscia di Viterbo, Scuola Superiore Sant’Anna, Università di Pisa e Università di Modena e Reggio Emilia, è un superalimento che riunisce i benefici dell’ortaggio e dei frutti di montagna. Il Sunblack si sta diffondendo soprattutto grazie al lavoro dell’Università della Tuscia a Viterbo, ed è proprio in questa zona che si sta creando un vero e proprio movimento che vede protagonisti il Coni Lazio e i circoli Aics (Associazione italiana cultura e sport) che lo hanno eletto simbolo della campagna a favore della ricerca in agricoltura Non Ogm coltivandolo presso i propri circoli. I pomodori neri non sono una novità, ma vantano degli avi d’eccezione. Ne esistono infatti anche tra le varietà più antiche, il più noto è il Nero di Crimea, ma ci sono anche il Black Cherry, il Black Zebra (una delle varietà più antiche, variante del ciliegino dalla buccia nera e zebrata) e il Cherokee Purple, probabilmente già usato dai nativi americani. Tutte le informazioni sulle varietà antiche di pomodoro sono raccolte in un libro della blogger Linda Louis, ”Pomodori antichi e golosi” (Sonda) che ”scheda” i diversi tipi del frutto e fornisce tutti i consigli utili per conservarlo e cucinarlo. Argomento interessante tanto da meritarsi un’area protetta, una specie di “riserva naturale del pomodoro”. Si trova in Francia, nella Valle della Loira, è La Bourdaisière. A fondarla è stato il Principe Luigi Alberto De Broglie, dopo aver acquistato nel 1991 con il fratello il castello della Bourdasière. Ha dato così vita a una collezione di pomodori affinché le varietà antiche non cadessero in disuso. Nel 1992 sono state piantate 50 varietà, oggi se ne contano 650.

Fonte: Meteoweb

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I cambiamenti climatici modificano i tempi dell’agricoltura

by Agrifratta on 28 luglio 2015 No comments

L’aumento delle temperature ha cambiato il calendario delle campagne italiane. Cia: “Cicli produttivi sempre più anticipati”

La Cia sottolinea come le temperature “africane” di questo periodo, che stanno creando problemi sui campi e perdite agli agricoltori, rientrano in una questione più ampia: negli ultimi vent’anni il progressivo aumento delle temperature ha cambiato il calendario delle nostre campagne, soprattutto al Sud dove si raccoglie anche 20 giorni prima. E preoccupa anche la scarsità delle risorse idriche.

Non solo pomodori, pesche e nettarine, ma anche mais e uva: i cambiamenti climatici, con il progressivo aumento delle temperature e dei periodi di siccità, hanno effetti diretti sulle colture. E sempre più spesso stravolgono i calendari “classici” dell’agricoltura italiana. Lo afferma la Cia, Confederazione italiana agricoltori.

Il problema, cioè, riguarda ovviamente l’immediato, ma non solo. Frutta e ortaggi -ricorda la Cia- subiscono danni più o meno gravi a causa delle temperature “africane”: dal colpo di calore, che dissecca porzioni della pianta provocando uno squilibrio idrico con effetti sullo sviluppo, alle scottature che colpiscono colletti e fusti delle giovani colture, alla spaccatura dei frutti. Senza contare che il caldo, accompagnato da un alto tasso di umidità, aumenta il rischio di attacchi parassitari e cresce anche il costo della “bolletta energetica” per mantenere i prodotti freschi nei magazzini di conservazione.
Inoltre, mentre restano a rischio le coltivazioni di mais e soia -continua la Cia- per colpa del gran caldo, nonostante gli impianti di ventilazione nelle stalle, la produzione di latte è calata di 5 o 6 litri al giorno. E le alte temperature di questi giorni rischiano anche di anticipare di molto l’invaiatura, ovvero la maturazione dei vigneti, e se l’invaiatura parte prima, anche i tempi della raccolta rischiano di essere molto anticipati.

Ma i danni dovuti a questa tropicalizzazione del clima, che il settore sta pagando sulla propria pelle, rientrano in una questione più ampia: non si tratta solo di cali di resa, ma di cicli di produzione che si sono ridotti e anticipati. In vent’anni ci sono stati cambiamenti significativi nell’anticipazione della raccolta -osserva la Cia-. In particolare nella stagione estiva, rispetto al trentennio 1960-1990, i cicli vegetativi si sono anticipati mediamente di 5-10 giorni al Nord e di 7-12 giorni al Centro-Sud, con punte in Sicilia di 15-20 giorni. E a risentirne di più sono proprio le coltivazioni dell’estate piena, con riduzioni e anticipazioni importanti ad esempio per uva da tavola e pesche. Ma uno spostamento costante si registra anche sulla vendemmia e sulla raccolta delle olive.

Ma a preoccupare di più è soprattutto la scarsità dell’apporto idrico. I lunghi periodi di assenza di precipitazioni, intervallati a temporali brevi e violenti, innescano fenomeni di dissesto idrogeologico: la siccità “impoverisce” il suolo rendendolo meno produttivo e sui terreni così stressati le piogge intense e improvvise non fanno che aggravare la situazione, provocando allagamenti e frane. Senza contare che i cambiamenti del clima -conclude la Cia- impongono di lavorare seriamente a una rete idrica realmente efficiente, con opere infrastrutturali per la manutenzione, il risparmio e il riciclo delle acque. Considerato che oggi lungo le tubature italiane si perde in media più di un litro su tre.
Fonte: Agronotizie

 

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Deflazione scongiurata grazie ai prezzi dei prodotti alimentari

by Agrifratta on 15 luglio 2015 No comments
Secondo i dati diffusi dell’Istat, solo i prezzi dei generi alimentari hanno avuto una crescita positiva a giugno. Agrinsieme avverte: “La recessione non è ancora alle spalle”

Con la crescita di un punto percentuale dei prodotti per il quarto mese su base annua, il settore alimentare (incluse le bevande alcoliche) contribuisce ancora ad allontanare la deflazione che per diverso tempo ha relegato l’economia italiana in un angusto spazio in cui la domanda interna si è tradotta in un calo costante e verticale dei consumi, a partire da quelli essenziali dei generi alimentari.

La tendenza negativa dei prezzi ha poi avuto un impatto negativo sul sistema produttivo nazionale, con conseguenze negative per la produzione agricola.Agrinsieme analizza così i dati diffusi oggi dall’Istat sui prezzi al consumo e riferiti a giugno.

Il made in Italy agroalimentare vede aumentare i listini della frutta fresca del 3,2%, le verdure del 10% e l’olio d’oliva del 6,6%. Ancora difficile la situazione della zootecnia da carne.

Non si può certamente affermare di essersi lasciati alle spalle la recessione ed anzi per il nostro coordinamento resta sotto osservazione una ripresa dei consumi che non prospetta ancora stabilità e solidità – spiega Agrinsieme – Una crescita equilibrata dei prezzi può derivare innanzitutto da un ritrovato potere d’acquisto delle famiglie. Urge però che la tendenza positiva dei prezzi alimentari sia velocemente trasferita sulle fasi a monte della filiera. Sono sempre di più i casi e i settori in cui le aziende agricole con le loro vendite non riescono a remunerare i costi di produzione. Per questo è opportuno mettere in campo iniziative e strumenti necessari a trasformare in reddito i segnali di ripresa che ci giungono dai prezzi al consumo”.

Fonte: Agronotizie

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La botrite è già in vigneto. Cosa fare?

by Agrifratta on 13 luglio 2015 No comments

I trattamenti necessari durante l’estate per limitare i danni

Le condizioni climatiche particolarmente piovose di aprile e maggio hanno innescato le sporadiche comparse di sintomi fogliari di botrite già all’inizio di giugno. Tali attacchi non pregiudicano sicuramente la produzione, ma possono comunque dare l’idea di un’annata particolarmente favorevole allo sviluppo della malattia. I fungicidi maggiormente impiegati per proteggere i grappoli sono quelli a base di fluopyram, fenpirazamine, boscalid, pirimetanil, fluazinam, fenexamide, la miscela di ciprodinil+fludioxonil. A questi vanno aggiunti anche trifloxystrobin, mepanipirim e iprodione, tuttavia non ammessi in Produzione Integrata. Tradizionalmente e indipendentemente dalla varietà e dalla pressione della malattia, solitamente il trattamento anti-botritico fondamentale viene eseguito in pre-chiusura grappolo (prima che l’interno di questo, in seguito al suo rapido accrescimento, non possa venire più raggiunto efficacemente dal principio attivo). Successivamente è consigliabile effettuare il secondo intervento nei periodi successivi, questo sì in funzione di un andamento climatico particolarmente favorevole al patogeno. Infatti, nelle annate a scarsa piovosità, tale trattamento diventa spesso risolutivo.

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Il suolo rinasce con il sovescio

by Agrifratta on 13 luglio 2015 No comments

Il terreno si arricchisce dei fattori che vanno a comporre la fertilità biologica a tutto vantaggio delle aziende che possono disporre di un substrato su cui produrre con migliori risultati. La scelta oculata della composizione del sovescio

La fertilità del suolo dipende in gran parte dalla presenza in esso di sostanza organica in tutte le sue forme, tra cui risulta fondamentale l’humus, ovvero la frazione organica più stabile nel tempo. Disporre nel terreno di queste componenti in quantità equilibrate significa poter contare su un patrimonio di fattori assolutamente fondamentali per la qualità del substrato produttivo e di poter contare su benefici che migliorano globalmente il processo produttivo: – migliore ambiente di crescita degli apparati radicali; – migliore struttura del terreno, che equivale ad un minor compattamento e di conseguenza migliore lavorabilità – maggiore immagazzinamento dell’acqua risorsa sempre più preziosa; – minore erosione del terreno; La quota di sostanza organica nel terreno varia da poco più dello 0% nei terreni estremamente sabbiosi, al 5% di quelli torbosi. Nei nostri terreni agricoli la s.o. varia mediamente dall’ 1% al 2,5%, con valori che negli ultimi anni diminuiscono continuamente (fenomeno della desertificazione). Agricoltura intensiva L’agricoltura intensiva degli ultimi decenni ha prodotto un generale impoverimento della quota di sostanza organica presente nei suoli agrari e con essa la possibilità di ottenere la formazione di un frazione umica adeguata. L’intensificazione colturale, le lavorazioni troppo energiche e profonde, l’impiego di fertilizzanti minerali a scapito di quelli organici ed un generalizzato impiego di mezzi chimici hanno determinato una costante diminuzione della componente organica all’interno del profilo dei terreni agrari. Questo ha prodotto una forte riduzione delle attività biologiche caratterizzanti i terreni sani dove i macro e micro organismi sono in grado di creare un ambiente favorevole per lo sviluppo delle colture; in una parola si è dato vita a quel fenomeno chiamato “stanchezza del terreno”, ovvero la riduzione di fertilità del terreno dovuta alla scarsa attività biologica e sopravvento di patologie estremamente virulente (caso dei fusarium su insalate). In tal modo si è innescato un meccanismo di degrado del substrato di produzione con una sempre maggiore richiesta di fornitura dall’esterno di mezzi tecnici. La sostanza organica rappresenta infatti uno degli elementi chiave dei cicli delle sostanze nutritive. Essa riesce infatti a trattenere gli elementi nutritivi evitando il fenomeno della lisciviazione (adsorbimento colloidale), sia a liberarne ex novo degli altri derivanti dalla sua mineralizzazione (N, P, S, Ca…) sia a fungere da riserva duratura nel terreno. La presenza di materia organica crea poi un ambiente favorevole allo sviluppo di una componente macro e microbica viva e in grado di “attaccare” e trasformare elementi poco mobili o per nulla assimilabili come alcune forme di fosforo e molti microelementi, che così vengono resi disponibili per le colture. Agricoltura sostenibile Il ripristino di queste importanti componenti della fertilità del terreno appare oggi un obbiettivo strategico nell’ottica di un’agricoltura sostenibile che abbia sempre più in considerazione la conservazione dei mezzi di produzione ed il rispetto dell’ambiente, pur mantenendo standard produttivi adeguati alle richieste dei consumatori e delle aziende agricole. Le fonti di apporto di sostanza organica possono essere di diversa origine e con diverse qualità:

Letame, pollina, liquami;
Concimi organici pellettati;
Prodotti del compostaggio;
Digestati;
Sovesci.

Tra queste particolare interesse riscuote la riscoperta della tecnica del sovescio. È una pratica agronomica che consiste nella semina di specifiche essenze (pure od in miscela), le quali una volta raggiunta la maturità desiderata, vengono sovesciate, ovvero incorporate al terreno. Per le colture orticole sotto serra questa tecnica può essere inserita come intercalare tra un ciclo colturale e l’altro, impiegando diverse specie appartenenti a diverse famiglie: principalmente leguminose, crucifere e graminacee. Benefici I benefici maggiori, per quanto riguarda la rigenerazione del suolo, si riscontrano utilizzando erbai misti che contengano specie appartenenti almeno alle 3 famiglie sopraindicate. La scelta del tipo di miscuglio da seminare deve tenere conto soprattutto di due fattori: la velocità di copertura vegetale (in relazione stretta con l’intervallo di tempo disponibile), la biomassa prodotta e le esigenze delle colture inserite nella rotazione agronomica. Ogni famiglia ed ogni specie garantisce infatti al sovescio caratteristiche diverse di cui tenere conto per gli obbiettivi che si devono raggiungere. Le leguminose sono in grado di fissare ex novo e quindi organicare l’azoto atmosferico, potendo arrivare ad apportare fino anche a 180 unità di azoto ad ettaro. Le crucifere, necessitando di molto azoto e zolfo, li assorbono rendendoli organici e di fatto poi disponibili per coltura in successione. Entrambe le famiglie presentano inoltre apparati radicali fittonanti in grado di visitare gli strati profondi del terreno. Le graminacee riducono fortemente la perdita per lisciviazione dell’azoto rimasto dalla coltura precedente, oltre a garantire un’importante azione strutturante del terreno grazie al loro apparato radicale fascicolato e all’elevata quota di carbonio organico apportata. Quando l’erbaio è in fase di fioritura ci si trova nel momento migliore per macinarlo ed interrarlo, dato che in tale fase la pianta contiene la maggior quota di sostanze organiche semplici che verrebbero poi trasformati e stoccati negli organi d riserva. Il risultato Il risultato finale di un buon sovescio deve essere l’apporto di un’elevata massa di sostanza organica di ottima qualità e ciò dipende dal giusto rapporto C/N, cioè dal rapporto tra il contenuto di carbonio (cellulose e lignina) ed azoto organico (aminoacidi e proteine). Con un alto rapporto C/N si può contare su materia organica che andrà incontro ad una lenta decomposizione, producendo humus più stabile in grado di garantire un lento rilascio degli elementi minerali. Se il rapporto C/N è basso ci si trova in condizioni di un’elevata presenza di azoto organico, che va incontro ad una rapida decomposizione, portando alla formazione di humus più labile che rende disponibili gli elementi minerali, ed in particolare l’N, più rapidamente per le colture. La scelta delle specie da inserire nell’erbaio influenza il rapporto C/N, per cui tecnici e produttori possono modulare adeguatamente il miscuglio in base alle loro esigenze ed ai risultati che vogliono ottenere dal sovescio. Il sovescio può essere facilmente personalizzato in base alle esigenze aziendali, tenendo conto di alcuni fattori: – Stagionalità: primaverili, estivi, autunno-vernini; – Apporti di NPK: variazione % di graminacee, leguminose e brassiche nel miscuglio a seconda delle esigenze nutrizionali; – Coltura successiva: specie vicine alla famiglia della coltura successiva apportano gli elementi nutritivi di cui più necessita la coltura stessa (attenti alle patologie comuni ad entrambi); – Esplorazione del terreno: impiego di specie diverse con diversi apparati radicali (fascicolati o fittonanti). Per ottenere i migliori risultati dal sovescio è sufficiente osservare alcune semplici regole: – avere varietà all’interno del miscuglio con cicli biologici di durata molto simile in modo tale da avere una fioritura omogenea (pericolo di produzione di semi delle più precoci, quando le tardive stanno fiorendo) – attendere che tutte le specie siano in fioritura, ma non a seme; – trinciare più o meno grossolanamente a seconda della rapidità di degradazione che si desidera; – è molto importante lasciare essiccare i residui macinati prima di interrarli; – mescolare la massa organica nei primi strati di terreno senza portarla troppo in profondità e attendere circa due settimane prima di trapiantare. L’osservazione di queste semplici “regole” unita ad una precisa programmazione permette alle aziende di apportare la terreno grandi quantità di sostanza organica di qualità elevata. Il terreno così si arricchisce di tutti quei fattori che ne vanno a comporre la fertilità biologica a tutto vantaggio delle aziende che possono disporre di un substrato su cui produrre con migliori risultati. La scelta oculata della composizione del sovescio consente poi di preparare, già in questa fase, un substrato più “accogliente” per la coltura che lo seguirà.

Fonte: Agricoltura24

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AgrifrattaIl suolo rinasce con il sovescio